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Recensione

Fontaines D.C - Dopamine Chamber

Se Romance è la ricerca della bellezza in un mondo che sta andando in rovina, Dopamine Chamber ne racconta il lato più disilluso. La «camera della dopamina» del titolo rappresenta la nostra società: un’umanità che cerca gratificazione immediata mentre assiste quasi passivamente al proprio deterioramento. Una riflessione su come il bisogno di sentirsi bene possa coesistere con l’incapacità di affrontare ciò che ci fa stare male.

Musicalmente, prosegue l’allontanamento dal post-punk in favore di una produzione elettronica più cinematografica, che personalmente trovo più moderna e pop.

Marianne racconta il bisogno di smettere, almeno per un momento, di sentire il peso della propria esistenza attraverso qualcun altro. Marianne è infatti, allo stesso tempo, una salvatrice e una tentazione. Non è necessariamente malvagia: la sua ambiguità è più interessante, perché potrebbe davvero offrirci sollievo, ma quel sollievo potrebbe avere un prezzo.

Mimesis è un termine di origine greca che indica l’imitazione o la rappresentazione. Nel contesto della canzone, possiamo leggerlo come il tentativo di riprodurre un’immagine ideale di una relazione, continuando a inseguirla anche quando la realtà non corrisponde più a quell’immagine.

Con Demolition ritroviamo un sound più vicino agli esordi, attraverso cui viene rappresentata la disintegrazione di un individuo incapace di distinguere il piacere dalla sofferenza. Il protagonista sembra aver delegato all’altro persino la definizione delle proprie emozioni, rimanendo intrappolato in un legame nel quale anche l’umiliazione può diventare una forma di gratificazione.

Che cosa rimane di noi quando scompare ciò che dava significato alla nostra esistenza? Ci manca davvero ciò che abbiamo perduto, oppure ci manca la persona che eravamo quando ancora lo possedevamo? Where Is Gone?, con Rosalía, è indubbiamente spiazzante al primo ascolto, ma si rivela comunque funzionale al progetto. Musicalmente, ci troviamo di fronte a una ballata ampia, quasi orchestrale, caratterizzata dall’utilizzo del therevox, uno strumento elettronico simile al theremin, impiegato per alterare la naturalezza degli archi e conferire loro una qualità più cupa, quasi gutturale.

Japan è una ballata dream-pop raffinata, che ritrae una relazione disfunzionale attraverso lo sguardo di chi sembra sapere esattamente quanto sia sbagliata, senza riuscire a smettere di seguirne gli sviluppi. La morbidezza della chitarra acustica e dei synth crea una dimensione quasi consolatoria, in netto contrasto con l’inquietudine della vicenda raccontata. La sua bellezza melodica diventa così parte del problema: ci culla mentre ci costringe a osservare una dinamica emotiva dalla quale nessuno sembra davvero libero.

Con Intimate, i Fontaines D.C. chiudono Dopamine Chamber trasformando la fine del mondo in una danza decadente. Venezia, con la sua bellezza fragile e destinata a svanire, diventa la scenografia ideale di una società che continua a celebrare se stessa mentre si avvicina alla propria rovina. I potenti ballano, l’apparenza conserva il proprio fascino e la catastrofe assume le sembianze di uno spettacolo da contemplare. In questo scenario, l’intimità emerge come l’ultima possibile forma di autenticità, ma la sua continua invocazione lascia aperto un dubbio: è davvero ciò che ci rimane, oppure è soltanto ciò in cui abbiamo bisogno di credere?